Morti in carcere: la giustizia del carnefice

Morti in carcere

Prendiamo una parola, studiamone il significato e analizziamone la concretizzazione nella realtà a noi più vicina, per renderci conto di quanto l’uomo sia capace di distorcerne il senso più elementare. Il dizionario della lingua italiana recita: “Carcere: luogo in cui sono custoditi i condannati alla pena della reclusione o gli accusati colpiti da mandato di cattura in attesa del giudizio”. La cronaca dei giorni nostri ci insegna che l’uomo, o più precisamente la polizia penitenziaria, o in senso lato lo Stato, ha coniato un sinonimo per questo termine a misura della sua perversa violenza.

“Carcere: luogo in cui i condannati alla reclusione o gli imputati in attesa di giudizio (e quindi non ancora giudicati colpevoli) perdono la loro libertà individuale e la dignità, diventando capri espiatori delle violente pulsioni di uomini che indossano una divisa per legittimare il loro primordiale bisogno di dominio e superiorità”.

Come in tutte gli affari “sporchi”, è assolutamente errato e ingiusto generalizzare. Tantissimi uomini e donne indossano quella stessa divisa vestendosi allo stesso tempo di moralità e umanità, svolgendo il proprio lavoro senza macchiarsi di vili soprusi e abusi di potere. Il loro impegno è però tristemente vanificato da quanti calpestano i diritti dei detenuti, sfoderando tutta la loro crudeltà e spingendosi talvolta fino a provocarne la morte. A questo punto verrebbe da dire che troppo spesso si sente parlare o si legge di carcerati che muoiono misteriosamente nelle tante prigioni sparse per l’Italia, ma non sarebbe corretto. Quest’argomento non è per niente conosciuto e mai abbastanza denunciato. Quelli che noi ricordiamo sono i casi più eclatanti che ogni tanto rimbalzano tra le notizie di cronaca per l’impegno di madri e sorelle “coraggio” che lottano con le unghie e con i denti, rinnovando costantemente il loro dolore, perché la verità sulla morte dei loro cari sia almeno ammessa. Queste persone oltre al dolore della loro perdita, sono costrette ad assistere alle prese in giro delle guardie stesse, per poi passare ai giudici, magistrati e quant’altri di tanto in tanto si degnano di considerare l’accaduto per concludere molto spesso con un “non luogo a procedere”. Questi sporadici casi che compaiono sulle pagine dei giornali sono una percentuale minima del numero di morti che ogni anno si registra nelle carceri italiane. La lista è interminabile, ma purtroppo molti altri restano solo un nome (e molte volte neanche quello ma  semplicemente identificati come “detenuto italiano” oppure “detenuto straniero”) su un freddo elenco di vittime. Basta pensare che nel 2010 il numero di morti in carcere ammonta a 173 molti dei quali per cause “misteriose” e sessantasei sono i suicidi. In realtà, nel mondo oscuro delle carceri, in cui le informazioni e le prove molto spesso sono occultate, le indagini falsificate e i casi archiviati senza indagare approfonditamente, non è molto semplice discernere le vere “morti naturali” da quelle indotte o dai suicidi. La regola generale sembra essere “mettere a tacere la questione”, e solo poche sono le eccezioni. Per dovere di cronaca è giusto dire che a volte alcune indagini sono riaperte, come non molto tempo fa abbiamo letto per la morte del giovane Carmelo Castro, oppure che ci sono anche giudici che almeno in parte ammettono le colpe delle autorità, come nel recentissimo caso di Stefano Cucchi morto nell’ottobre del 2009 e per il quale è stata disposta pochi giorni fa una condanna e dodici rinvii a giudizio. Ciò che viene spontaneo chiedersi è però fino a che punto la verità sarà portata avanti e soprattutto quanto del loro dolore e della loro dignità le famiglie di queste persone hanno dovuto spiattellare in pubblico per ottenere solo un briciolo di ammissione.

E’ stato necessario far circolare ovunque foto di corpi martoriati dalle percosse per far nascere un piccolo dubbio che forse qualcosa non era andato come dichiarato? O forse a quel punto non era più possibile negare? No, non è così, perché anche le foto che ritraggono il corpo tumefatto di Marcello Lonzi sono sotto gli occhi di tutti eppure, nonostante otto costole rotte e due buchi in testa, è stato dichiarato morto per infarto, e gli appelli della madre perché il suo caso sia riconsiderato continuano a ricadere nel vuoto.

La lotta contro questo Stato che non sa tutelare chi finisce in prigione è ancora lunga e tante famiglie devono ringraziare associazioni come “Antigone”, “Il detenuto ignoto” o “A buon diritto” per il sostegno che ricevono nella loro battaglia perché qualcuno ha ancora il coraggio di schierarsi contro lo “Stato” che è ben diverso dal “coraggio” di coloro che firmano falsi atti con i quali nascondono la scomoda e scottante verità della violenza nelle carceri. A costoro rivolgiamo un’unica domanda: “Pensate forse che anche la vostra anima farà carte false per nascondere le vostre colpe? Non ci sarà qualcun altro a giudicarvi, sarete giudici di voi stessi e la sentenza sarà l’ergastolo dell’anima”.

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